Fabio De Luigi ha trovato la dimensione che gli è più congeniale: da re delle maschere e dei travestimenti sotto la corte della Gialappa’s Band, con la migrazione dal piccolo al grande schermo, il comico romagnolo si è ritagliato un proprio spazio, diventando per certi versi il corrispettivo italiano di Ben Stiller.
La messa in scena, in chiave umoristica, della vita dell’italiano medio, specie quella familiare, si è ulteriormente accentuata con il passaggio dietro la macchina da presa. Questo si evince tanto in Tiramisù quanto, soprattutto, in Tre di troppo, nel quale De Luigi ha trovato in Virginia Raffaele la propria controparte ideale.
Di nuovo insieme, di nuovo con la regia di De Luigi, in Un buon giorno i due comici vestono i panni di Tommaso e Lara, genitori single (lui vedovo, lei divorziata) che si trovano ad avere a che fare rispettivamente con quattro figlie femmine e tre figli maschi (di cui uno affetto da una lieve forma di neurodivergenza). I due si piacciono e vedono nell’altro la possibilità di avere di nuovo, dopo tanto tempo, una storia romantica. Tuttavia, temendo che la presenza dei propri figli possa intimorire l’altro, ne nascondono l’esistenza reciproca.
La sensazione durante la visione della pellicola è che non sappia esattamente che tipo di commedia voler essere. All’interno di Un buon giorno è come se coesistessero due film differenti: da una parte la rom-com, dall’altra la commedia familiare. La presenza di due registri non costituirebbe in sé un problema, se non fosse che il passaggio dall’uno all’altra appare poco armonico: una vera e propria virata brusca, priva di una costruzione che permetta un transito coerente tra i due modelli narrativi. La tendenza ad una superficialità della scrittura genera contraddizioni narrative che non trovano particolari giustificazioni interne.
A coronare il tutto, arriva un finale interamente incentrato sulla trasmissione di un messaggio di sensibilizzazione che compare dal nulla, senza essere stato preparato nel corso della durata del film.
Un peccato, anche perché la chimica tra De Luigi e la Raffaele è indubbia e costituisce l’elemento più solido dell’opera. Ciò, tuttavia, non basta a salvare una sceneggiatura che annega nei propri squilibri, finendo per addensare nubi su quello che avrebbe dovuto essere, appunto, un buon giorno.


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